C’ERA UNA VOLTA…UN BIONDO GENTILE

C’era una volta un biondo gentile, una sporcatura di purezza all’interno di un ecosistema di azioni, reazioni e comportamenti che destabilizzano il regolare scorrere della vita.

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Occhi gialli, labbra rosse, guance di pesco e grano bruciato tra i capelli.

Al primo sguardo sembra un angelo, etereo: una di quelle persone che con uno sguardo ti raccontano tutto. La distanza che passa tra il tutto e il nulla è veramente sottile. Un palazzo forte e robusto, costruito sulle macerie di una vita non raccontata. Quanto può una persona fingere che tutto ciò che accade è stata solo una sua decisione?

La scuola, l’università, il posto di lavoro. Un’esistenza raggelata intorno a concetti e sovrastrutture. La cristallizzazione di uno sguardo che vorrebbe sciogliere quel ghiaccio, fuggire da quell’ibernazione.

Sorrisi, voce pacata, gentilezza, garbo, disponibilità. Perché di tutta una situazione le persone continuano a ricordare sempre quell’unica cosa negativa che la incrina?

Della “Divina Commedia” di Dante, quanti ricordano l’Inferno?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita”

Ora, quanti di voi riescono, a brucia pelo, a recitarmi i primi tre righi del Paradiso?

Le cose belle sono date così per scontate che quando arriva quell’unico graffio a stracciare la tela, nessuno si ricorda più quanto era bello per quadro prima. Tutti a parlare dello squarcio, tutti a dire “è profondo, è lungo, va da parte a parte, ha tagliato il volto, la mano, gli occhi”. Ma quello squarcio, non ha forse dato una nuova vita all’opera?

Marguerite Yourcenar, in un suo libro dal titolo “Il tempo, grande scultore” racchiude la metafora della vita dell’uomo parlando della vita delle opere d’arte. Il tempo scolpisce le opere, compiute dall’autore, plasmandone con gli eventi naturali una nuova vita, giorno dopo giorno, anni dopo anni, secoli dopo secoli, una nuova forma. Lo stesso accade all’uomo: l’aspetto, il carattere, la personalità mutano, nel tempo e grazie al tempo, attraverso condizioni naturali nuove e incontrollabili.

La vita va esattamente come deve andare. Tu ti sforzi di controllare tutto quello che l’attraversa, ma nonostante la maggior parte delle volte c’è l’illusione che la gestione delle cose sia totalmente nelle tue mani, c’è una percentuale significativa che ti fa capire che solo il tuo volere non conta. Questa percentuale dipende da fattori esterni, e nel 99% dei casi da altre persone e dai loro comportamenti: dal loro volersi salvaguardare a tutti i costi.

Il bene, l’odio, l’amore, la vita, la morte, le ipocrisie, attraversano e scolpiscono le nostre vite. Esistono cose che non si possono controllare, esistono affetti che non possono concretizzarsi, esistono rapporti che vengono lesi da qualcosa che non compete a noi: non abbiamo scelta. Noi esseri umani soccombiamo agli eventi, che siano di natura positiva o di natura negativa. Ma la vita è questo. Tutto è sospeso tra ciò che vogliamo e ciò che realmente possiamo ottenere. Non sempre il volere ci porta ad arrivare al punto che ci siamo prefissati. Né nel lavoro, né nell’amicizia e nemmeno nell’amore. Non possiamo controllare nulla, ma viviamoci pure di quest’illusione: i sogni servono a questo.

In questa dimensione vi lascio con la recensione di un albo meraviglioso di Dylan Dog che narra le vicende di un amore sognato, voluto, desiderato e forse non vissuto a causa della natura di eventi che non si possono controllare. “Finché morte non vi separi“, n° 121 della serie mensile. E pensare che adesso mi viene in mentre un altro racconto che intitolerei “Finché vita non vi separi“. Ma questa, è un’altra storia.

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