#CATARSI. NON PER I DEBOLI DI CUORE.

I diari segreti sono per quando sei bambina. I blog ti servono quando sei grande a non impazzire, e magari a far sì che quella soglia di dolore che hai raggiunto possa essere utile (a te, agli altri).

Catarsi: così ho sempre definito il mio blog. Chi fa un blog lo fa per purificarsi, perché vuole che venga letto, così come chi scrive romanzi, fumetti o disegna e poi mostra al mondo la sua opera.

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I momenti brutti nella vita di una persona sono sempre tanti. Alle volte te lo aspetti, ma nella stra-maggioranza dei casi il negativo ti crolla addosso come un muro fatto decisamente poco a regola d’arte. Il mio penultimo articolo sul blog parlava di un sogno, un sogno che mi ha lasciato abbastanza inquieta per un paio di giorni. La mia vita non era giusta, c’era qualcosa che non andava e il mio inconscio ha cercato di farmelo capire, ma si sa, noi ragazze forti e sognatrici (direbbe qualcuno “di cuore”) non vogliamo mai guardare troppo alla realtà, perché nonostante la razionalità la fa da padrone, l’emotività ci trascina nel vortice della passione, e se uno è fatto di carne e sangue che pulsa caldo nelle vene, è veramente difficile da gestire.

Ma qual è il limite che bisogna darsi per gestire una sofferenza?

Io sto attraversando le 5 fasi, in teoria definite del “lutto”, in pratica sono le fasi che si attraversano nel momento in cui si perde qualcosa che aveva un valore. Nel mio caso la cosa di valore che ho perso è le “fiducia”, con conseguente schifo e repulsione, rabbia e nausea nei riguardi del semplicismo e della scarsa maturità con la quale le persone manipolano e gestiscono i sentimenti degli altri, senza rispetto e cura, con superficialità e egoismo. La cosa strana è che le fasi di elaborazione sono un po’ contorte; rifiuto, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione si rincorrono, si intrecciano, si sovrastano ormai da giorni.

Anzi, direi che io sono partita dalla fase di accettazione per poi snocciolare pian piano tutte le altre fasi, tirandone in ballo di tanto in tanto una, nella speranza di ritrovare una logica tale che non mi facesse arrivare a delle conclusioni troppo negative. In realtà mi sono resa conto che non devo elaborare una perdita, ma devo necessariamente convincermi che sto elaborando  una sconfitta. E che se proprio la vogliamo dire tutta, non è nemmeno mia la sconfitta.

Io credo di aver decisamente vinto.

Credo di aver vinto perché in questo momento sto combattendo con la mia emotività per risollevarmi, con la mia razionalità per credere ancora che il bene può esistere, con il mio corpo per convincermi che devo curarmene, con la mia intelligenza per dirmi che diversamente non ne vale la pena. Io avevo vinto già, a prescindere, perché non faccio mai le cose tanto per farle, e chi diversamente agisce per trovare un “riparo” in qualcuno senza badare alle conseguenze profonde che possono avere i comportamenti, deve solo essere guardato con profonda compassione; non è colpa sua.

Non auguro il male a nessuno, soprattutto a chi è abbastanza bravo a farsi del male da solo.

Ci sono persone che scrivono storie e le vivono, e ci sono quelle che prima le vivono e poi magari le raccontano, o le scrivono.

Se nel secondo caso la fantasia aiuta solo il ricordo reale a essere raccontato, nel primo caso, c’è un problema: è tutta fantasia, niente è reale. Queste persone raccontano cose inventate, potremmo osare dire “puttanate” alle volte, convincono gli altri che queste cose sono vere o potrebbero diventarlo e poi a conti fatti non hanno la forza per viverle; quelle cose che raccontano restano solo parole su carta, vuote, senza emozione, senza sapore, senza profumo e con giusto un amaro retrogusto di disfatta.

Mia mamma dice che purtroppo “ci sono persone non abbastanza forti, che quando si trovano sul pianerottolo di un palazzo altissimo, a metà strada, preferiscono scendere le scale piuttosto che salirle“. Io aggiungo che ci sono anche quelle che al posto di Truman, del The Truman Show, avrebbero preferito tornare nel mondo della finzione, piuttosto che affrontare la realtà.

Io sono abituata a salirle le scale, senza nemmeno voltarmi indietro. E quelle rare volte che ho guardato alle mie spalle ho sempre sorriso dicendomi “beh, se quella cosa è rimasta indietro, non meritava di fare un altro solo passo accanto a me”.

E voi? Le scale preferite salirle o scenderle?

Fate sempre tesoro delle cose brutte che vi capitano, soffrite se avete bisogno di soffrire, piangete se avete bisogno di piangere, ma, nel frattempo, sollevatevi, perché “non passerà da sola, la farai passare tu”.

RosZombie vi saluta.

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